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Consulenza Filosofica


Ogni tanto mi viene il sospetto che la psicoterapia, la cura con la parola, sia nata perché la filosofia ha disertato se stessa e, da pratica di vita, è diventata il mestiere dell´insegnamento. Ora questo mestiere si sta esaurendo, eppure le iscrizioni degli studenti alle varie facoltà di filosofia non diminuiscono, nonostante la disapprovazione dei genitori ("non ti dà un mestiere") e i continui inviti che da ogni parte giungono a "professionalizzare" la scuola, a "specializzarla" per i mestieri. Poi è sufficiente che al Teatro Parenti di Milano si discuta di filosofia o a Modena si faccia addirittura un Festival della filosofia e si riempiono le sale e le piazze. Ma perché? Qual è la domanda a cui la filosofia ha smesso di dare una risposta?
La domanda, inutile girarci intorno, è la domanda di senso da parte di esistenze che nascono, crescono, lavorano, producono, consumano, invecchiano, muoiono, senza riuscire a rintracciare nella propria biografia una traccia di sé in cui riconoscersi e a cui dare espressione. Di ciò ognuno di noi soffre, anzi forse questa è l´essenza del dolore che deriva dal fatto che, forniti per natura di una coscienza, viviamo vite irriflesse, a cui non prestiamo la minima attenzione. E allora o ottundiamo la coscienza con il lavoro e l’evasione o la lasciamo nel dolore di una domanda senza risposta. Nel primo caso nessuno si occupa di noi dal momento che per primi abbiamo noi deciso di non occuparci di noi stessi. Un po´ di lavoro, un po´ di consumo, un po´ di famiglia, un po’ di sesso, un po´ di calcio, un po´ di tv e la vita passa senza troppe domande. Nel secondo caso, quando la domanda di senso non ci abbandona e si ripropone, non necessariamente nei momenti cruciali della vita, ma quando andiamo al lavoro, quando facciamo acquisti, quando torniamo in famiglia, quando facciamo l´amore, quando andiamo allo stadio o guardiamo un po´ di tv, allora veniamo subito rubricati nella patologia.
A questo punto o si va in farmacia a comprare qualche antidepressivo, su indicazione medica naturalmente, o si va in psicoterapia. In questo caso o per adattare se stessi al mondo in cui viviamo, dal momento che non si può cambiare il mondo, o per cercare se stessi e cosa nella nostra vita emotiva è causa di dolore.
A mio parere appartengono alle psicoterapie dell´adattamento il "cognitivismo" che invita ad aggiustare le proprie idee e ridurre le proprie dissonanze cognitive in modo da armonizzarle al mondo in cui ci si trova a vivere, e il "comportamentismo" che invita ad adeguare le proprie condotte, indipendentemente dai propri sentimenti e dalle proprie idee che, se difformi, sono tollerati solo se confinati nel privato e coltivati come tratto originale della propria identità, purché non abbiano ricadute pubbliche. Si viene così a creare quella situazione paradossale in cui l´autenticità, l´essere se stesso, il conoscere se stesso, che l´antico oracolo di Delfi indicava come la via della salute dell´anima, diventa qualcosa di patologico, come può esserlo l´esser centrati su di sé (self-centred), la scarsa capacità di adattamento (poor adaptation), il complesso di inferiorità (inferiority complex). Quest´ultima patologia lascia intendere che è inferiore chi non è adattato, e quindi che "essere se stesso" e non rinunciare alla specificità della propria identità è una patologia.
E in tutto ciò c´è anche del vero, nel senso che sia il cognitivismo sia il comportamentismo, in quanto psicologie del conformismo, assumono come ideale di salute proprio quell´esser conformi che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia. Dal canto loro i singoli individui, interiorizzando i modelli indicati dal cognitivismo e dal comportamentismo, respingono qualsiasi processo individuativo che risulti non funzionale al mondo in cui si vive.
Alla ricerca di sé, del proprio sé profondo, si dedica invece la psicoanalisi per capire quanti imbrogli (razionalizzazioni) abbiamo fatto con noi stessi nel tentativo di comporre i conflitti che nascono tra i nostri irrinunciabili desideri e le richieste che ci vengono dall´esterno a cui non possiamo sottrarci. Qui la razionalità deve confrontarsi con le regioni oscure di noi stessi per scoprire ciò che è "difensivo" rispetto a qualcosa che non si vuole o non si può accettare di sé, ciò che è "compensativo" di nostre debolezze che mai abbiamo voluto prendere in considerazione, e infine ciò che è veramente "espressivo" di noi stessi e che ancora non abbiamo avuto il coraggio di esprimere.
Tutte le psicoterapie, se ben condotte, funzionano, sia per chi non vuol saper nulla di sé, ma vuole semplicemente trovare un buon adattamento nel mondo, sia per chi vuol sapere qualcosa di sé indipendentemente dai problemi di adattamento. Ma per chi, adattato al mondo, e con una discreta consapevolezza di sé ancora non reperisce un senso della propria esistenza, e quindi viene a contatto non con questo o quel dolore, ma con l´essenza del dolore, per costui non c´è rimedio in farmacia e forse neppure in psicoterapia. Per queste persone, che a guardar bene sono la quasi totalità dell´umano, non restano che due vie: la religione o la filosofia.
Che la religione, tutte le religioni abbiamo svolto una terapia di massa dell´umanità non c´è alcun dubbio. La fede iscrive ogni biografia in un grandioso orizzonte di senso dove ogni domanda trova la sua risposta, ogni azione la sua giustificazione, ogni vita e perfino la morte il suo significato. E per chi non crede in Dio e negli dèi le alternative non possono essere la farmacia o la psicoterapia. E allora? Allora per chi rifiuta di trovare il senso della propria vita in un dogma a cui si accede per fede, non resta che la filosofia, nata in Grecia nel V secolo a.c. non solo come conoscenza, ma come pratica di vita. Tali erano le scuole filosofiche greche prima che la filosofia, amputando se stessa, si disinteressasse della vita e divenisse solo conoscenza teorica, assestandosi su un terreno che oggi le scienze di giorno in giorno erodono.
Nessuno di noi abita il mondo, ma esclusivamente la propria visione del mondo. E non è reperibile un senso della nostra esistenza se prima non perveniamo a una chiarificazione della nostra visione del mondo, responsabile del nostro modo di pensare e di agire, di gioire e di soffrire. Questa chiarificazione non è una faccenda di psicoterapia. Chi chiede una consulenza filosofica non è "malato", è solo alla ricerca di un senso. E dove è reperibile un senso, anzi il senso che, sotterraneo e ignorato, percorre la propria vita a nostra insaputa se non in quelle proposte di senso in cui propriamente consiste la filosofia e la sua storia?
Karl Jaspers, dopo aver rivoluzionato la psichiatria, rendendola da "esplicativa" (cos´è la schizofrenia, la depressione, la paranoia?) a "comprensiva" (come m´intendo io con questo schizofrenico, con questo depresso, con questo paranoico?), avvertì che ancora non si era sfiorato il problema del senso, e che non lo si sarebbe potuto accostare se non facendo filosofia e utilizzando strumenti filosofici.  

U.Galimberti "Il successo della filosofia" tratto da repubblica 22/10/03

 

Cenni storici

La consulenza filosofica nasce in Germania, con il nome di Philosophische Praxis, ad opera di Gerd Achenbach a Bergisch Gladbach nel maggio del 1981. Achenbach decide di intraprendere la strada del consulente filosofico spinto dall'insoddisfazione nei confronti della filosofia accademica, accusata di essersi eccessivamente astratta dal mondo reale, chiudendosi in percorsi di studio ad uso e consumo dei soli filosofi. La filosofia si è trovata così trasformata in una scienza che non serve altri che sé stessa, una posizione assolutamente unica nel campo degli studi accademici. Scrive in proposito Achenbach “la filosofia non più o non ancora pratica sopravvive in un ghetto accademico, dove ha perduto il rapporto con qualsiasi problema che opprime realmente gli uomini. Questa alienazione, che produce sterilità nella filosofia e perdita di senso nella vita quotidiana, viene superata dalla Philosophische Praxis”. È presente anche una seconda ragione nella decisione di Achenbach di dar vita a questa nuova pratica professionale, l'insoddisfazione nei confronti delle professioni di aiuto, ancorate al paradigma strumentale o terapeutico. L'iniziativa di Achenbach suscita fin da subito un notevole interesse in Germania, diventando oggetto anche di polemiche da parte sia del mondo della filosofia accademica sia del mondo delle pratiche psicoterapeutiche. L'interesse per la nascente consulenza filosofica non manca però di stimolare un dibattito costruttivo e critico non solo in ambito filosofico ma anche in ambito psicologico.
Già nel 1982 Achenbach fonda la GPP, che qualche anno dopo diventerà IGPP (Internationale Gesellschaft für Philosophische Praxis), ancora oggi principale punto di riferimento internazionale nell'ambito delle pratiche filosofiche. Dalla metà degli anni ottanta la consulenza filosofica lascia i confini tedeschi per espandersi in altri paesi europei. In particolare in Olanda un nucleo di filosofi da vita ad una associazione nazionale (VFP) particolarmente attiva nello studio delle problematiche relative alla formazione nell'ambito della consulenza filosofica. Negli anni novanta in Francia Marc Sautet, considerato il primo consulente filosofico francese, accompagna alle attività di consulenza una nuova pratica filosofica conosciuta come “Cafè-Philo”, ovvero discussioni filosofiche pubbliche, da lui iniziate presso il Café des Phares di Parigi, poi diffusasi in tutto il mondo. Nel 1996 nasce anche in Inghilterra un'associazione nazionale (SPP), nata come costola dell'associazione olandese e poi resasi indipendente. In ambiente inglese nasce anche la “Philosophy for Children”, una forma di pratica filosofica rivolta allo sviluppo delle capacità critiche-razionali nei bambini in età scolare.
Nel 1992 la consulenza filosofica sbarca negli USA ad opera di Ran Lahav, venuto in contatto con tale pratica tramite Shlomit Schuster, israeliana, attiva a Gerusalemme dal 1989. La prima conferenza internazionale svoltasi fuori dall' Europa viene organizzata a Vancouver nel 1994 dallo stesso Lahav insieme a Lou Marinoff. Questi è sicuramente il più noto divulgatore della consulenza filosofica, tramite un approccio diretto al grande pubblico tramite conferenze, dibattiti e testi divulgativi, dal dubbio valore scientifico ma capaci di realizzare una efficace introduzione alla materia per non specialisti. Si può parlare di consulenza filosofica in Italia a partire dal 1999, con la nascita della prima organizzazione privata (AICF, Associazione Italiana di Counseling Filosofico) e l'apertura dei primi studi di consulenza filosofica. Da quella prima associazione, ora disciolta, sorsero poi SICOF (Società Italiana di Counseling Filosofico) e Phronesis (Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica). La prima della due, coordinandosi con la SICO (Società Italiana di Counseling), sceglie di seguire la strada del counseling ad orientamento psicologico, arricchito però da elementi filosofici; Phronesis si riallaccia più direttamente all'originario percorso avviato da Achenbach, per il quale la consulenza filosofica è pratica della filosofia. Un'altra associazione di importanza nazionale per la consulenza filosofica è l'Associazione Italiana Psicofilosofi (AIP) fondata nel 2000, la quale si propone di utilizzare, oltre al pensiero critico, alcune strategie filosofiche atte a promuovere il cambiamento e la crescita della persona. Anche l'AIP ha costituito un proprio "Registro nazionale dei Consulenti Filosofici", autogestito privatamente e senza alcun riconoscimento o valore legale.
Il consulente filosofico non è, naturalmente, uno psicologo. E nemmeno vuole sovrapporsi ad altre figure che di recente si sono affacciate nell'area del counseling, come quella del mediatore familiare o del mediatore interculturale.
"Il consulente filosofico non si occupa di indagare le origini del disagio. Agisce sul presente, i suoi strumenti di lavoro appartengono al patrimonio della tradizione filosofica, secondo un approccio logico-razionale al dialogo interpersonale. Certo, non vengono sottovalutati i contributi determinanti delle neuroscienze e delle scienze umane, ma il bagaglio professionale del consulente filosofico si distingue da esse". Diverso rispetto a tutte le altre forme di consulenza è anche l'approccio con l'utente, che viene definito "ospite". Fondamentale è poi la funzione di ascolto. Questa nuova figura può operare in favore di singoli (in questioni di disagio esistenziale, affettivo, legate alle diverse abilità) , ma anche per enti e istituzioni (ospedali, consultori, carceri, centri di accoglienza per immigrati). Inoltre può fornire assistenza a imprese e aziende, intervenendo nelle dinamiche organizzative e nel rapporto persona-azienda.
L'approccio filosofico può risultare utile anche per affrontare situazioni di particolare disagio: un lutto, una rottura di coppia, un'interruzione di gravidanza. E viene utilizzato anche per orientarsi nelle scelte occupazionali o di studio.
Il consulente filosofico lavora sulla visione del mondo dell'utente e cerca di arrivare con lui ad una chiarificazione della complessa relazione che ha instaurato con la sua quotidianità, facilitandone la comprensione attraverso una riflessione che parta dall'attualità del soggetto stesso. Il consulente non offre teorie ai problemi esistenziali, ma strumenti critico-cognitivi adeguati a determinare una maggiore consapevolezza e, di conseguenza, una più ampia possibilità di orientamento nelle decisioni.
Il consulente, in definitiva, pensa ed opera nel "qui ed ora", nelle vesti di un acuto osservatore: le sue valutazioni diventano fari che aiutano ad illuminare il cammino esistenziale.
Consulenza filosofica è il termine italiano con cui si indica una professione non riconosciuta, nata in Germania come Philosophische Praxis e poi diffusasi in altre parti del mondo prima come Philosophy Practice e poi come Philosophical counseling. Nella sua forma originaria, non si configura come una professione di aiuto, ma come un dialogo filosofico che si avvia dalla narrazione delle difficoltà del consultante ma non ha di mira risposte risolutive, bensì la ricerca di nuove, più ricche e profonde modalità di pensare il mondo.
La consulenza filosofica è a torto confusa con le psicoterapie, anche a causa della commistione con il counseling che è stata operata in ambito anglosassone (in particolare dalla scuola inglese, peraltro nata solo diciotto anni dopo la nascita della professione in Germania). Diversamente da ogni forma di psicoterapia, la consulenza filosofica respinge ogni riduzione psicopatologica e non fa riferimento a nessun tipo di “strumento” (psicologico, comunicativo, di ascolto, terapeutico) per operare una “guarigione” o una “crescita” nel consultante. Caratteristico della consulenza filosofica è anche il fatto che il consulente prende parte alla ricerca alla pari del consultante, ovvero egli stesso, nel dialogo, mette alla prova le sue idee, le sue teorie, la sua visione del mondo - e pertanto non ha nulla da “insegnare” al consultante, che si limita ad accompagnare nell’esplorazione della sua visione del mondo.
Il “counseling filosofico” differisce dalla consulenza filosofica, perché questo fa uso di tecniche psicologiche di ascolto e di comunicazione, ovvero opera strumentalmente sul consultante. In questo senso, il “counseling filosofico” non è una forma di filosofia, ma una presunta professione di aiuto non riconosciuta, che fa riferimento strumentale ad alcune idee, narrazioni e dottrine della storia della filosofia. Per questo motivo, il counseling filosofico è stato avvicinato in alcuni paesi (tra cui l’Italia) alle varie forme del counseling, mentre la consulenza filosofica è un'attività a se stante. 

Il Libro dei Mutamenti nell’ambito della Consulenza filosofica

                Sempre più numerosi sono i pazienti che si affollano nelle nostre cliniche e nei nostri studi, lamentando un vuoto interiore, un senso di totale e definitiva insignificanza delle loro vite. Possiamo definire il vuoto esistenziale la frustrazione di quella che è lecito ritenere essere la fondamentale forza propulsiva dell’uomo, e ciò che possiamo denominare…la volontà di significato.

Victor Krankl

                Ogni essere umano ha una sua filosofia di vita. Ma troppo pochi ancora hanno o desiderano il privilegio di essere ricercatori di sé. Forse perchè la Via non è affatto facile, pur sapendo che questo è un compito che può dare le massime soddisfazioni. Allora spesso si indugia o ci si lascia infine travolgere dalla generale mancanza di tempo per riflettere, con metodo, come farebbe un filosofo. In questi tempi moderni l’uomo, seguendo la logica del minimo sforzo preferisce affrontare se stesso, diluendosi e scomponendosi unicamente nelle numerose questioni quotidiane. Si preferisce nascondere la coscienza sotto il velo della superficie e credersi al di là dei problemi, delle ansie, delle contraddizioni e dei conflitti, tentando di affrontarle singolarmente di volta in volta, come se non fosse di sé che si trattasse. Come se la loro genesi sia sempre nella società, altrove. Sempre pronto è l’alibi della vittima. Quando questa convinzione è più radicata si ricorre ai sintomi fisici di un corpo separato dal Sé, o alla facile certificazione di disturbi della mente. Prontamente e con sollievo si viene consigliati di rivolgersi ai molti specialisti. Il mito della specializzazione impone che si tratti di specialisti, che del genere “umano” sanno solo una singola parte. Ormai i disturbi delle patologie, sono rigidamente frazionati tra quelli corporei, quelli mentali e altri, molto misteriosi, quelli dell’anima. Nessuno sospetta più, neppure tra i saggi, che l’essere umano sia stato concepito come un UNICUM all’interno di un UNIVERSO di altri UNICI. Ma in questo caso occorrerebbero tanti specialisti quanti sono gli esseri umani. La questione anticamente fu risolta ritenendo che il miglior specialista di se stesso non potesse essere che se stesso. Purchè dotato di strumenti idonei alla conoscenza. Perché no se filosofici? Questa è la prima legge della Consulenza Filosofica e Conosci te stesso  ne è l’imperativo. Ricercare la conoscenza del proprio particolare per trovare il migliore dei modi di inserirlo nella conoscenza della più vasta realtà universale. E viceversa, dato che il macrocosmo funziona con le stesse leggi dei microcosmi. Fatti a immagine e somiglianza di Dio è una frase che non ha solo un esclusivo valore religioso.  Come in alto, così in basso affermavano gli alchimisti. Non è possibile per l’essere umano indagare su se stesso, come realtà, immaginandosi indipendente e svincolato dalle altre realtà contestuali: le orizzontali, quelle naturalmente pari a lui, e le verticali, quella spirituale o semplicemente sovrannaturali. La filosofia religiosa o quella esistenziale in fondo hanno sempre indagato sull’uomo e su i contesti in cui l’uomo è calato: naturali, culturali e spirituali. Corpo, mente e anima. Scomodare sant’Agostino e il principio trinitario può essere un’eccitante strumento di ricerca. Non una terapia perché la C. F. non vuole porsi come la cura delle patologie. Non è neppure una cura, essa è un’esperienza che a molti arricchisce di senso la vita.  Nell’ottica del senso essa si pone al di sopra delle patologie, tranne una: il vuoto esistenziale, come afferma V. Frankl. L’esperienza è una grande maestra, ma c’è anche la necessità di ragionare sulle proprie esperienze, in contesti interpersonali, come è quello della Consulenza Filosofica. Nel suo setting possiamo far ri-flettere il nostro pensiero, andando criticamente alla ricerca di modelli, personalizzati, collocandoci nei piani della realtà che ci circonda in un quadro generale della massima estensione. Solo così si potrà procedere al meglio nell’esistenza, dotandoci degli strumenti della ricerca filosofica: capacità critica, senso del dubbio, problematizzare le proprie concezioni, ricerca delle soluzioni già ponendosi domande, far di sé la soluzione così come riconoscere quando il problema siamo noi. Solo rispettando e valorizzando la riflessione, dando senso ai suoi strumenti, potremmo dare significato a ciò che accade nell’esistenza in cui un destino indifferente ci getta.

Agostino di Ippona afferma che: “A me nessuna ventura sembrava favorevole, a meno che non mi desse modo di dedicarmi alla filosofia, e che nessuna vita fosse felice, se non vissuta secondo filosofia.”

La Filosofia potrà aiutare con le teorie già elaborate: nulla vieta di integrare nella propria filosofia le idee di Socrate e Platone, né le concezioni dei numerosi filosofi che accompagnarono l’evolversi del pensiero umano, a Occidente come ad Oriente, così come si ha avuto modo di vedere in questo testo con il Libro dei Mutamenti. Quello che conta è il potenziamento della comprensione delle molteplici potenzialità che la nostra vita ci regala, seppur nel contesto di limiti biologici e storici. Possibilità che potremmo evidenziare e sperimentare a patto di confrontarci con il cambiamento, nell’apertura al nuovo, senza preclusioni concettuali o pregiudiziali.

L’I CHING o il LIBRO dei MUTAMENTI riflette a pieno la pratica di questa filosofia, forte dei suoi apporti taoisti e confuciani. Secondo Achenbach, che ha teorizzato per primo in Europa la possibilità di rendere pratica la filosofia attraverso le pratiche filosofiche della C. F., la filosofia deve tornare ad essere uno stile nella pratica. Fare ciò che si pensa e pensare a ciò che si fa è concretezza filosofica, laddove, tendendo a preferire la facilità d’impegno ritenendola erroneamente semplicità, ci si riduce inconsapevolmente ad essere ciò che si fa senza fare ciò che si è. La filosofia non può che privilegiare la cultura dell’essere a quella dell’avere. Ma chi è ha la più grande ricchezza. Chi è ha il grande possesso , afferma l’ I Ching. Però: A chi tanto è stato dato tanto sarà chiesto, ammonisce San Paolo.

                “L’ I Ching insiste in ogni momento sulla autoconoscenza. Il metodo con cui ottenerla, si presta a usi impropri di ogni genere, e pertanto non è fatto per persone frivole e immature… E’ adatto solo a pensosi e riflessivi, che amino meditare su ciò che fanno e su ciò che accade loro…” Così diceva C.G.Jung nella sua prefazione alla traduzione inglese dell’ I Ching.

Quali sono gli insegnamenti che l’ I Ching può offrire alla cultura occidentale attuale?

Uno fra tutti è il principio del cambiamento. Ogni cosa, volente o nolente muta. Sta a noi volere che muti al meglio o al peggio, secondo il principio del libero arbitrio del bene e del male. Platone affermava che: “L’oggetto supremo della conoscenza è la natura essenziale del bene, da cui ogni cosa che è buona e giusta deriva per noi il proprio valore.” Nessun valore è mai giunto dalle tenebre della staticità o peggio del dogma dell’immutabilità.

La via non facile, ma non impossibile, per seguir Virtute et Conoscenza corre parallela all’Attraversamento della Grande Acqua. Un esempio lo abbiamo dalla descrizione di Confucio al 61° esagramma: “La verità interiore”.

La sentenza

Verità interiore. Porci e pesci. Salute!

Propizio è attraversare la grande acqua.

Propizia è perseveranza.

“Porci e pesci sono gli animali meno spirituali e quindi meno soggetti a qualsiasi influsso. La forza della verità interiore deve aver raggiunto un alto grado  prima che il suo influsso si estenda anche a simili creature. Se ci si trova di fronte a persone così riottose e difficili da attrarre, tutto il segreto del successo sta nel saper trovare la via giusta per aver accesso al loro animo. Bisogna prima liberarsi totalmente dei propri pregiudizi. Bisogna lasciare, per così dire, che la psiche dell’altro agisca su di noi in modo del tutto naturale. Così ci si avvicina interiormente a lui, lo si comprende e si ottiene potere su di lui: la forza della propria persona acquista influsso sull’altro attraverso una porta aperta. Quando nessuno ostacolo risulta insuperabile, allora si possono intraprendere anche le cose più pericolose come: L’Attraversamento della Grande Acqua. E si riuscirà.

E’ però importante comprendere su che cosa poggi la forza della verità interiore. Essa non coincide con la semplice intimità o con una segreta solidarietà. Una intima solidarietà può sussistere anche tra briganti. Anche in questo caso, è vero, essa significa una forza. Ma questa non ridonda a salute, perché non è invincibile. Procedere insieme in base a interessi comuni è possibile solo fino a un certo punto. Dove cessa la comunanza di interessi cessa anche la solidarietà; e la più intima amicizia si capovolge spesso in odio. Solo dove la base è la rettitudine e la costanza, l’unione rimane tanto solida da superare ogni cosa.

L’immagine

Al di sopra del lago è il vento:

l’immagine della verità interiore.

Così il nobile discute le cause penali

per sospendere le condanne a morte.

Il vento muove l’acqua perché è in grado di penetrare nei suoi interstizi. Così il nobile ogni volta che debba giudicare qualche errore degli uomini, cerca di penetrare con grande comprensione nel loro intimo e perviene così a una benevola valutazione delle circostanze. Tutto l’antico sistema giudiziario cinese era guidato da questo principio. Una somma comprensione capace di perdonare era considerata somma giustizia. Un atteggiamento simile non rimaneva senza risultato; giacchè suscitava un’impressione morale tanto forte che non c’era da temere un abuso di tale clemenza. Questa infatti traeva la sua origine non dalla debolezza ma da una superiore chiarezza.”

Chi è il consulente filosofico?

La Filosofia, almeno quella di derivazione socratica cui la Consulenza Filosofica ideata da Achenbach fa riferimento, pone come suo unico fine la ricerca della conoscenza, non della verità, né la costruzione di dottrine o modelli unici e universali di sapere che dal generale rispondano a questioni particolari.  Il filosofo, così come il consulente filosofico, sa di non avere saperi precostituiti da mettere a disposizione per l’ “aiuto” del prossimo. Verrebbe da chiedersi:
“Ma allora per quale motivo una persona portatrice di un bisogno o esigenza dovrebbe rivolgersi a tale consulente se questi in primis ci tiene tanto a specificare di non voler esser d’aiuto poiché non saprebbe su cosa fondare la sua competenza ?”
Achenbach stesso specifica che una relazione volta alla ricerca, come la Relazione Filosofica, deve necessariamente essere una relazione fondata sulla doppia professione di ignoranza: quella del consulente che “ignora” quale possa essere l’originale modo di porsi nei confronti delle proprie realtà di chi ha di fronte e quella del consultante che misconosce i motivi per cui “ignora” le sue potenziali abilità di conoscere la realtà della propria unicità.
Conosci te stesso” è l’ unico modo per affrontare la propria realtà terrena e spirituale. Certamente l’efficacia che, almeno a livello sintomatico, gli approcci risolutivi delle metodologie che la Scienza offre non può essere misconosciuta. Ma a noi non interessa la relativa immediatezza della soppressione di sintomi, né l’appagamento di desideri e ansie momentanee, e questo deve riguardare senza indugi o fraintendimenti anche e soprattutto il consultante che si rivolge a noi. Anche qualora, e spesso è così, ci venisse riportato un problema conflittuale, variamente impellente, immediatamente il “Problema” diviene il “Tema” da cui far partire la propria e originale ricerca su se stessi. Nella Consulenza Filosofica portare specifici problemi di natura affettiva costituisce il pretesto per affrontare la propria particolare relazione “con” il proprio concetto dell’Amore (ed eventuali pre-concetti e posizioni fisse), per esempio. Riflettere sul proprio modo di concettualizzare la realtà in cui siamo immersi equivale a imparare a conoscere se stessi. Solo riflettendo si può osservare il come ci si relaziona con le proprie realtà e quindi osservare le proprie dinamiche secondo il personale stile e il personale stile di nascondere se stessi dietro maschere linguistiche preconcettuali. A questo punto è ovvio che il più efficace aiuto per i propri problemi contingenti può venire solo dalla ricerca personale, laddove questa si conceda, avendone gli strumenti, di gettarsi nel più vasto possibile panorama delle prospettive. Nulla però vieta che, in ossequio ad altri approcci sicuramente più comodi, si possa chiedere aiuto altrimenti  demandandolo a quei professionisti che vogliano, secondo il loro approccio, farsene carico.
Esplicitata in questi termini, la relazione della Consulenza Filosofica è decisamente una relazione per la “conoscenza”,  che, se aiuta, aiuta nello sviluppo della consapevolezza. Nessuno di noi pensa così di voler sminuire, misconoscere e sottovalutare la portata di una richiesta d’aiuto, infatti: proprio perchè nessuno di noi confonde l’accoglienza di una persona con l’accoglienza del suo problema è già questo il più efficace modo di essere d’ausilio al nostro prossimo. Formare alla filosofia quindi, offrendone gli strumenti di ricerca ma non gli innumerevoli modelli costruiti nella millenaria storia delle teorie filosofiche è proprio ciò che si evince dallo statuto identitario della particolare e originale consulenza che è quella Filosofica ideata da Achenbach. Se quindi  per relazione d’aiuto si intende l’offrire terapie e cure che portino dall’esterno di qualsivoglia competenze professionali un’efficacia alle problematiche dell’essere umano, questa non può essere la nostra visione, che come abbiamo visto si pone esattamente all’opposto. Questa nostra visione del tema posto in questa tesi in essere, è stato del resto affrontato anche da altri come problematica: pensiamo alla Psicoanalisi e alla sua  questione del Transfert e Controtransfert, laddove chiedere aiuto altro non è che riesumare richieste d’aiuto secondo vecchie modalità filio-genitoriali. Si dirà che la Consulenza Filosofica furbescamente fa così buon uso del non volersi figurare come relazione d’aiuto lasciando ad altri, le psico-scienze, i casi più difficili definibili come patologici! In realtà proprio il volersi rivolgere al pubblico delle persone non patologiche delimita con chiarezza il confine tra essa e le psico-scienze. Tuttavia bisogna aggiungere che la Filosofia non ha mai distolto gli occhi dall’essere umano e dalle sue tragiche difficoltà esistenziali, dandosi sempre una visione antropologica e sociologica, allargando così la prospettiva dal singolo all’intera umanità e ciò avrebbe potuto portare un’interessante contributo anche alla Psicologia riguardo all’eziologia delle patologie che solo come effetto finale sono sempre a carico del singolo. Questa interessante annotazione ci permette di ricollegarci all’originale approccio sviluppato dalla Naturopatia che della Filosofia della Natura sin dal Medioevo ha tratto feconda linfa. Non possiamo neppure non riconoscere che la Filosofia è stata capace di stimolare quell’enorme impatto sulla cultura del Novecento dato dal movimento junghiano, che nella Psicoanalisi ha saputo a suo modo tradurre le modalità patologiche in finalità esistenziali e quindi di ricerca, filosofica, attraverso quello che è il cardine della sua visione: la ricerca esistenziale attraverso il “ Principio di Individuazione”.
Tuttavia proprio la rinuncia ad avere propri modelli di rigoroso riferimento fece sì che Achenbach sviluppò quello che a noi sembra la via più efficace quanto semplice di “aiutare” l’essere umano nella complessità e problematicità propria di ogni essere cui è toccato il destino di vivere questa esperienza sulla Terra.

Una dimostrazione di un ciclo di incontri con la Consulenza Filosofica, durata dieci incontri, è possibile avere leggendo il breve estratto dal romanzo: L'Attraversamento della Grande Acqua" di prossima pubblicazione integrale.

“VIRTU’: prospettiva o meta?”

Se la Consulenza Filosofica offre al consultante come “scopo” della relazione quello della “ricerca filosofica”, su ciò che riguarda se stessi e il mondo e quindi se stessi nel mondo, l’ oggetto della  virtù quale funzione può avere nella ricerca: quello di prospettiva ideale o quella di meta e obiettivo da raggiungere?
Intanto perché parlare di un oggetto: la Virtù, così obsoleto e francamente superato nell’ attuale contesto culturale dove imperano le terminologie scientifiche?
Proviamo a dare delle risposte.
Sin dalle origini della filosofia, e noi facciamo filosofia, l’ osservazione sull’ agire degli uomini, quindi anche sulla produzione del pensiero, condusse i filosofi ad ipotizzare che esisteva un procedimento della mente umana che portasse allo sviluppo di qualità sempre più d’ eccellenza, propedeutiche alla formazione di prospettive di conoscenza sempre più raffinate. Queste qualità sono sempre state le Virtù, così come comunemente ancor oggi vengono intese: la bellezza, la disposizione al bene, la giustizia e la saggezza, ecc. Universalmente, usando un concetto junghiano, diremmo che la conoscenza delle Virtù come qualità cui il pensiero volge l’ agire si è sedimentata nell’ “Inconscio collettivo”, tuttavia l’ esperienza delle virtù era, nelle ere prescientifiche, esclusiva pertinenza dell’ Anima. Un luogo questo, reso storicamente ancor più obsoleto delle virtù.
Pertanto sarà difficile disgiungere tra loro i due concetti, se non al prezzo di alterarli.
Riguardo al concetto di Anima, in “Gli equivoci dell’ anima” U. Galimberti afferma infatti che:
“In una civiltà scientifica la parola anima  ci riporta agli albori della nostra storia quando religione e filosofia si contendevano il sapere. La psicologia, che sulla nozione di anima ha costruito se stessa, da tempo vuole emanciparsi da questo sfondo per essere accolta nel novero delle scienze ed entrare così a pieno titolo nella “nostra storia”. L’ emancipazione avviene per rimozione dell’ origine e quindi con la perdita di quella stratificazione di significati che fa dell’ anima una parola a tal punto equivoca da renderla solidale con i più svariati sistemi di pensiero, che a questo punto devono chiarire le loro relazioni e svelare il contenuto semantico che coprono con questa parola.…Perché sorgano domande è necessario che le parole svelino il loro equivoco, e questo è possibile solo quando si consuma la rovina di un sistema di pensiero dove la parola è prigioniera.”
Per non essere equivoci, si definiscono con il termine virtù: aretè dal greco e virtus dal latino, quelle qualità o disposizioni d’ eccellenza che si manifestano nei loro effetti sull’ agire umano. Nella concezione classica la virtù era soprattutto la forza d’ animo, non disgiunta alla vigoria fisica. Forza d’ animo di non lasciarsi turbare o dominare dalla mutevolezza e dalla dipendenza dalle forze psichiche intese come impulsi. Esaustivo è il percorso di autentica ricerca filosofica in direzione della virtù contenuta nell’ Anima, descritto nelle “Metamorfosi” di Apuleio, compiuto oltrepassando il regno della dimensione psicologica dopo la metafora evolutiva della fiaba “Amore e Psiche” in esso contenuta. La concezione apuleiana della conoscenza di se controllando e dominando la propria sfera impulsiva che oppone Virtù a Fortuna (caso), la ritroviamo in età rinascimentale in Machiavelli come in Dante:
“Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute et conoscenza”
Alla capacità di dominare le circostanze in funzione dei propri scopi, indipendentemente dal giudizio morale e religioso si rifarà Nietzsche, per indicarvi la “volontà di potenza” dell’uomo.  
Secondo Platone le virtù, proprie dell’ anima umana, dipendono tutte dal dominio della parte razionale sulle parti irrazionali ( che hanno il corrispettivo nell’ ottimo stato politico). Nella Repubblica sono illustrate le quattro virtù, che dopo sant’ Ambrogio nella religione cristiana diverranno cardinali: la temperanza nei confronti dei desideri, la fortezza (o coraggio), la saggezza (o prudenza) e la giustizia. La saggezza, così come, nella cultura ebraica per l’ ultima Sephirot della Qabbalah, (il massimo livello raggiungibile sulla via della conoscenza) che consiste nel dominio della razionalità nella vita dell’ uomo, è la condizione stessa ed unica per la via virtuosa dell’ uomo. Sempre in nome dell’ universalità dell’ inconscio collettivo anche ponendoci agli antipodi della cultura europea, vediamo espressi gli stessi concetti nella filosofia cinese, taoista e confuciana, nel “Tao Tè Ching” di Lao-tzu, VI a.C., ovverosia “Il Libro della Via e della Virtù”. Nell’ ottica orientale viene posta in risalto la potenzialità dell’ essere umano che segue e persegue la Via (Tao) che lo conduce alla Virtù (Tè), senza la quale per altro non è possibile seguir la Via. Anche quest’ ottica, similmente al pensiero eracliteo, esprime massimo risalto alla necessarietà di posizionarsi in quell’ unico punto al centro tra le opposte dinamiche (Yin e Yang) dove scorgere e usufruire della genesi del divenire e quindi del cambiamento. Così si apre l’ antico testo:
“La Via veramente Via non è una via costante. I Termini veramente Termini non sono termini costanti. Il termine Non-essere indica l’ inizio del cielo e della terra; il termine Essere indica la Madre delle diecimila cose. Così, è grazie al costante alternarsi del Non-essere e dell’ Essere che si vedranno dell’ uno il prodigio, dell’ altro i confini. Questi due, sebbene abbiano un origine comune, sono designati con termini diversi. Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo il Mistero, il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi.”
Il Mistero che per Agostino è Dio è la fonte suprema delle virtù, per cui oltre a ciò che egli reputa come secondarie aggiunge alle cardinali le superiori virtù teologali: Fede, Speranza e Carità, sancendo definitivamente come unica ricerca solo quella che l’ uomo intercetta, come Grazia, proveniente da Dio. Al di là delle differenze concettuali riguardo all’ Anima, quanto questa sia tutta umana o tutta divina o metà l’ una e metà l’altra, sta di fatto che è una costante lo sviluppo universale dell’ idea che esista un luogo parapsicologico che presieda quella che propriamente sarebbe la Psiche sensoriale e neurologica. La dicotomia Psyche e Soma non era presente almeno nel periodo omerico, le funzioni mentali e le emozioni erano legate agli organi così come nella Medicina Tradizionale Cinese, e per Soma si intendeva il cadavere dell’ essere umano animato dal soffio vitale, la Psyche, che lentamente ne fuoriusciva dopo la morte. La distinzione dicotomica la si deve ad Orfeo (teoria della metempsicosi) riferita anche da Platone, così come poi è giunta a noi in forma manichea, alla religione cattolica e alla Medicina e alla Psicologia moderna. In realtà la filosofia alchemica europea ed orientale prevede assolutamente una tripartizione dell’ essere in Corpo-Mente e Anima. Laddove Anima è il luogo metafisico dell’ uomo in cui e per cui solamente può scorgere il suo contesto originario: la Natura per alcuni e Dio per altri, causa e fine di ogni cosa di cui le virtù sono rappresentanti. Solo la presenza di una terza struttura non essenzialmente umana può garantire all’ uomo la consapevolezza del limite ma anche la potente coscienza dell’ infinito. Questa volontà in potenza, se compresa, renderebbe l’ uomo tragicamente superuomo. Tragicamente condannato alla soddisfazione di impulsi o dotato della capacità di ricercare e mettere così la sua identità in movimento.
“Sono poiché so di volere ciò che so di essere” diceva Agostino, null’altro che le potenzialità che l’ uomo possiede, oltre alla soddisfazione pulsionale, che ci permettono lo sviluppo della civiltà. Tuttavia seppur l’ evidenza empirica ha confermato la logicità della realtà trascendente dell’ essere umano, con tutte le possibili sfumature con cui è nei secoli stata coniata, essa non ha conferme scientifiche, tanto che la Psicologia riducendo l’ Anima a inconscio e le virtù a super-io ha isolato e tagliato l’ uomo dal contesto naturale, gettandolo in una individualità solitaria e contestuale. Negando ogni possibile realtà trascendente è stata così ridotta, la ricerca filosofica, a vecchio e superstizioso arnese. La scienza prevede per l’ uomo solo la “ricerca” di un benessere inteso come il più corretto possibile modo per non ammalarsi fisicamente o non disperarsi psicologicamente. Se la ricerca filosofica faceva sporgere l’ uomo in avanti o in alto, la scienza non può altro che promettere di non farlo cadere indietro o in basso. Questo continuo puntellamento dell’ uomo moderno, per evitarne il  cedimento, sta facendo sì che anche la seconda sfera, la psiche, stia venendo anch’essa meno. In effetti a cosa può servire controllare le pulsioni, quando una malintesa volontà di potenza fa della loro soddisfazione un valore, oppure se il controllo delle pulsioni (che vuol dire uso responsabile e non dipendente) deve costituisce un sacrificio da sopportare con dolore, poiché se ne è persa la proficua prospettiva trascendentale tale da divenire un patologia. E’ innegabile che vivere è morire: sia perché ogni giorno ci avviciniamo alla morte, sia perché non c’è cambiamento che non preveda una morte. Tuttavia la Consulenza Filosofica si propone allora come baluardo contro la prospettiva culturale che vedrebbe l’ uomo come mero organismo bisognoso solo di cure farmacologiche. Ridotto a soma all’ uomo non resterà che la prospettiva, indotta come desiderio (così gli avrà insegnato la Medicina) di liberarsi di tutti i dolori e gli sforzi che una pillola renderebbe inutili e senza significato, come sopportare i cambiamenti imposti dall’ invecchiare per es. Questa moderna forma di libertà renderà inutile all’ uomo possedere un’ Anima ma addirittura una Psiche, poiché la consapevolezza e le emozioni divenute forme di inutile turbamento saranno disciplinate non più da una coscienza formata dalle virtù ma dalle pillole della psichiatria. La scienza in questa civiltà autoalimenta la propria efficacia e indispensabilità trasformando, con operazioni culturali d’ immagine, l’ umanità in un proprio immenso e totale mercato. Che ogni disciplina consolidi il proprio potere non è cosa che stupisca, tuttavia bisogna condannare quei tentativi di egemonia a scapito delle diverse concezioni, come quella della filosofia e della Consulenza Filosofica. Paradossalmente mentre la psicologia rinunciando all’ Anima, in nome della scienza si è autocondannata, alla C. F. si è aperto uno spazio inatteso d’ intervento che l’ uomo dovrà cogliere in nome della vera libertà d’ essere, che è data solo dalla pluralità di visioni dialoganti.